Barattolo di latta

scritto da Ella Vitta
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Testo: Barattolo di latta
di Ella Vitta

C’era una volta, nel mondo, un barattolo di latta, un comune barattolo metallico da circa 250 grammi, ma con ambizioni da tutti i 700. Si chiamava Herman. Giaceva aperto e vuoto in un parco sotto la pioggia e il vento, considerando tutto ciò un temporaneo malinteso. Herman da tempo non ricordava come fosse finito nel fango, né il contenuto che aveva avuto in passato, ma era certo di una cosa: era nato per l’eternità.

Nei suoi sogni più luminosi, Herman immaginava il giorno in cui qualcuno lo avrebbe raccolto da terra, portato a casa, lavato e collocato sullo scaffale migliore, tra barattoli altrettanto belli e funzionali. Si vedeva riempito di caviale nero o di pâté d’oca, così da poter esibire dall’alto il proprio contenuto a tappi sporchi e bicchieri di carta sgualciti, che disprezzava sinceramente. Herman temeva di non riuscire a conquistare un posto nel Pantheon dello scaffale.

Le stagioni cambiavano. Il barattolo si riempiva ora di pioggia, ora di neve, qualcosa che almeno lontanamente ricordava il suo sogno: il rumore delle gocce sulla latta somigliava ad applausi. A volte veniva preso a calci da piedi rozzi. Ma c’erano anche giorni meravigliosi, in cui una piccola mano disegnava occhi su di lui, vi metteva fiori, sassolini e pezzetti di vetro. Herman era fiero di sé e pensava: «Ecco come il mio vuoto si riempie, è persino piacevole. Forse è la mia occasione, e mi metteranno su uno scaffale, dove vivrò per sempre tra riflessi di cristallo e porcellana».

Ma, purtroppo, il barattolo restava a terra e arrugginiva lentamente. Herman però non vedeva in questo una decomposizione. Al contrario, ogni nuova macchia rossastra la considerava una nobile patina, un sigillo del tempo o un raro marchio di genialità che confermava soltanto la sua parentela con i grandi pensatori del passato. Per lui non era corrosione, ma una corona di spine che portava con altero orgoglio tra mozziconi e cartacce. Ogni giorno nel fango era per Herman un’offesa personale, poiché era nato per la società di cristallo. Diventava sempre meno paziente: in lui rimbombavano vanità e arroganza, lo spazio della speranza si restringeva, e sul fondo, in silenzio, piangeva l’auto-disprezzo, mentre furioso timore si agitava nel vuoto.

Herman non era sempre sicuro di resistere. La terra era vicina, ma fredda e indifferente. La disprezzava, considerandola soltanto un palcoscenico sporco per il suo futuro trionfo. E quando il vento freddo sibilava nel suo vuoto, era sul punto di scoppiare a piangere. A tratti tornava l’ottimismo, come se il sogno stesse per realizzarsi da un momento all’altro, ma passavano giorni e mesi, Herman appariva sempre peggio e aveva persino iniziato a tossire per la ruggine.

E un giorno di primavera vide delle gambe, delle pale: tutti correvano, si affaccendavano. Herman pensò che fosse un giorno importante: sopra il parco risuonavano un forte ruggito e un fragore. Se qualcuno faceva tanto rumore, doveva essere una figura importante. «Adesso sì che mi noteranno, mi raccoglieranno e mi porteranno in un posto d’onore». Herman cercò di raddrizzarsi e brillare al sole con le ultime forze, per farsi notare — dopotutto era il migliore tra i rifiuti che da tempo non venivano raccolti.

Il barattolo attese pazientemente. Il fragore e lo stridio si avvicinavano. Si udì un lieve cigolio di ferro contro ferro, Herman esalò per l’ultima volta, e il suo vuoto scomparve. Ma prima di diventare soltanto un pezzo di rottame, vide per la prima volta un cielo immenso e meraviglioso.

Barattolo di latta testo di Ella Vitta
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